Battere il mercato con i fondamentali
Nel 2005 tre ricercatori americani di Research Affiliates hanno pubblicato uno studio che ha messo in discussione una delle regole più solide dell'investimento passivo. Robert Arnott, Jason Hsu e Philip Moore hanno proposto un modo diverso di costruire gli indici di borsa.
La logica classica è nota. Negli indici come S&P 500 o MSCI World le aziende pesano in base al loro valore di borsa. Più il prezzo di un'azione sale, più quel titolo occupa spazio nell'indice. Il meccanismo è semplice e negli anni ha funzionato bene.
Questo vuol dire che ogni titolo troppo caro viene comprato ancora di più, ogni titolo scontato viene comprato di meno.
Lo studio propone un'alternativa. Pesare le aziende non in base al prezzo di borsa, ma in base ai numeri reali del loro business. Fatturato, utile, valore contabile, dividendi pagati, numero di dipendenti. Una volta all'anno l'indice viene aggiornato. Se un titolo è salito troppo rispetto ai suoi conti, il suo peso viene ridotto.
Se è sceso senza motivo, viene aumentato. In pratica si compra quando gli altri vendono e si vende quando gli altri comprano.
I risultati dello studio, tra il 1962 e il 2003, sono importanti. L'indice basato sui fondamentali ha reso il 12,4 % all'anno contro il 10,3 % dell'indice tradizionale. E con un rischio simile, se non leggermente più basso. In termini pratici, un dollaro investito nel 1962 sarebbe diventato 61 dollari con l'indice classico e 135 con quello fondamentale.
Il vantaggio non arriva solo nei periodi buoni. L'approccio ha funzionato negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e nei primi Duemila.
L'unica eccezione è stata la fine degli anni Novanta, durante la bolla di internet, quando i titoli tech sono saliti a prescindere dai numeri delle aziende. Dopo lo scoppio della bolla, però, gli indici fondamentali hanno recuperato con oltre dieci punti di vantaggio all'anno.
Anche i costi di gestione tengono. Il ricambio dei titoli nel portafoglio è più alto, ma solo di poco. L'extra rendimento resta quasi intatto.
Da dove arriva questo vantaggio? Da tre elementi. Il primo è lo sfruttamento degli errori di prezzo del mercato. Il secondo è una preferenza naturale per i titoli value, cioè le società solide ma poco di moda. Il terzo è un premio pagato agli investitori che hanno la pazienza di puntare su aziende considerate noiose.
Oggi questo approccio è accessibile attraverso gli ETF Invesco RAFI Fundamental Value, disponibili nelle versioni globale, americana, europea ed emergente. Qui però la storia recente cambia tono.
Negli ultimi dieci anni l'indice RAFI ha battuto il suo indice di appena 0,2 % all'anno, un margine che sparisce una volta considerati i costi degli ETF, compresi tra 0,39 % e 0,49 %.
Il motivo è chiaro. La teoria resta convincente, i dati storici anche, ma vent'anni di dominio delle mega-cap tecnologiche hanno raccontato una storia diversa da quella immaginata nel 2005.